Il mio secondo grande amore…

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Hanno da tempo raggiunto (e superato) l’età della saggezza, ma perdono la testa come ragazzini quando incontrano per la prima volta il grande amore. A dir la verità, per molti si tratta del secondo grande amore, divorziati o vedovi che “quando proprio non me lo aspettavo più” s’imbattono una persona con gli stessi interessi, lo stesso amore per la vita, lo stesso desiderio di godersi appieno la terza età. L’amore tra gli over sessanta è oggetto di una recente ricerca della facoltà di Scienze della comunicazione della Sapienza di Roma che ha ricostruito la “biografia sessuo-affettiva” di numerose coppie over 60 per scoprire che: i “giovani anziani” (older adults è l’espressione politicamente corretta coniata negli Usa) impegnati in una nuova relazione hanno le idee precise, scelgono di condividere con il nuovo partner il cuore ma non il tetto. Si sta insieme, insomma, ma ognuno a casa sua. Un modo di vivere la coppia che in Gran Bretagna ha trovato definizione nell’acronimo LAT: living apart together, categoria censita dall’Ufficio nazionale di statistica che conta circa 1 milione di coppie felicemente (s)congiunte per i piu? svariati motivi: prudenza, convenienza, impegni, affettivita?.
«Quando è iniziata la relazione con Stefano i miei figli – tre maschi – vivevano ancora con me, quindi abbiamo pensato fosse meglio restare ognuno a casa propria», racconta la signora Lucia, 68enne di Roma, ex funzionario pubblico. «Lui era un collega di mio marito, sposato in seconde nozze e con tre figli. Dopo alcuni anni lui ha divorziato di nuovo e mio marito è morto. Mi è stato vicino come amico finché un po’ alla volta le cose tra noi sono cambiate». Lucia e Stefano festeggiano quest’anno le loro atipiche nozze d’argento: stanno insieme dal 1981, le loro famiglie li riconoscono come coppia, condividono tavola, letto, vacanze, spese, incombenze e svaghi quotidiani ma non il tetto, perché alla sera ognuno torna a casa propria. Come loro, tantissime altre coppie di over 60, come raccontano nel libro Soli, a due o separatamente assieme gli autori della ricerca, Rita Caccamo e Giovanni Prattichizzo.
Numerosi “giovani anziani” scelgono di condividere la sfera emotiva ma non quella domestica. Si può essere coppia senza coabitare? «L’essere coppia è dato dal definirsi tale e dal riconoscimento degli altri, famiglia o amici. Il fatto di non coabitare non significa dare poco peso alla relazione», spiega Prattichizzo. «Per i divorziati è forte la paura di “ripetere lo stesso errore”, per le persone più anziane il radicamento delle abitudini di vita e la volontà di non complicare le relazioni con figli e nipoti, per altri ancora la scelta è economica: una delle coppie per esempio aveva pianificato di sposarsi, ma ha rinunciato per la possibilità di perdere la pensione di reversibilità».
È come se, mentre la popolazione invecchia, gli anziani si ringiovaniscono… «L’attuale tendenza all’allungamento della vita fa sì che aumentino le probabilità che la persona incontri un altro partner, formi una nuova coppia, con un investimento emotivo molto forte. Si decide di riscommettere sul proprio privato, ma con prudenza», spiega la prof.ssa Caccamo.

Prudenza: si spiega così l’assenza della dimensione progettuale (ci sposiamo)? «Si parla di una generazione che ha creduto nel matrimonio, o quanto meno ne ha rispettato il vincolo per imposizione sociale. Non si tratta di un “alleggerimento dei sentimenti”: si cerca un partner coetaneo per condividere bisogni e desideri legati a una certa età», risponde Prattichizzo. «Una scelta pienamente consapevole che non significa assenza di progettualità, il desiderio di restare separati permette loro di gestire al meglio i rapporti con le famiglie visto che parliamo di anziani “attivi” che viaggiano, fanno sport, leggono, custodiscono i nipoti: il 35,7% dei genitori lascia i bambini ai nonni, secondo dati Cgl. Lo stato soggettivo – il sentirsi o meno anziano – supera lo stato oggettivo».
Senza contare che a una certa età si diventa molto abitudinari: «Siamo abituati a stare a casa nostra – racconta Lucia – l’idea di un trasloco è faticosa alla nostra età e nessuno dei due è disposto a fare spazio all’altro: lui ha una biblioteca di 1200 volumi un centinaio di quadri, io un figlio che vive con me. La soluzione migliore è goderci la vita assieme restando ognuno a casa propria»

Non si condivide il focolare domestico, ma il letto? «Mentre cambiano le logiche dell’amore e dell’affettività cambia anche l’intimità: non solo il sesso non è più un tabù, ma diventa il collante della nuova relazione, una partnership sessuo-affettiva», spiega la prof.ssa Caccamo. «Lat significa vivere insieme ma separati, un ossimoro efficace per dire che nel rapporto di coppia i partner vedono un approdo sicuro che però li lascia liberi di vivere le propria vita familiare con serenità, soprattutto i rapporti con i figli, che spesso diventano conflittuali quando compare un compagno accanto al genitore. D’altro lato, perdono punti sul piano della rassicurazione: se mancano la condivisione di una casa o la solidarietà economica, è il sesso a fare da collante simbolico».

Uomini e donne: ci sono differenze nel modo di vivere la coppia? «La scelta di non convivere è spesso suggerita da lei: gli uomini in genere sono più propensi a una convivenza, anche perché sono meno bravi o abituati a vivere soli e a gestire una casa. La donna invece, soprattutto se ha già avuto un marito e cresciuto dei figli, vuole vivere la nuova relazione in piena libertà», continua Caccamo.

Qual è il tipo di riconoscimento che la società offre alle coppie di anziani non conviventi? «Non vengono riconosciuti diritti alle coppie di fatto, figuriamo a quelle anziane. In compenso, la rappresentazione mediatica del fenomeno è vivace», risponde Pratticchizzo. «Come scrive il prof. Fatelli nel libro, l’astuta operazione della Maria de Filippi, Uomini e donne over, ha anticipato e suggellato un nuovo modo di essere anziani oggi, rispecchiando quel che accade nei centri anziani delle province italiane. Uno dei motivi per cui abbiamo deciso di studiare il fenomeno è proprio mediatico, legato all’emergere negli ultimi 10 anni di numerosi film – da Basta che funzioni di Woody Allen al francese E se vivessimo tutti insieme? – con protagonista l’amore in terza età. Inoltre, l’indagine è un pretesto per interrogarci su tutte forme di living arrangement della postmodernità: seconde nozze, convivenze, coppie di fatto, amori a distanza. Non solo giovani e non solo eterosessuali».

Insomma, la formula LAT è la ricetta per la felicità? La signora Lucia sembra pensarla così: «Da 30 anni ogni giorno scegliamo di stare assieme. Il we dormo a casa sua, fuori città, durante la settimana condividiamo impegni e amicizie, e trascorriamo assieme tutte le ricorrenze, con le famiglie di entrambi. Il mio partner non ama pressioni e obblighi, questa soluzione lo lascia libero di vivere i suoi spazi in solitudine, se vuole. Stiamo assieme da 30 anni, i suoi matrimoni precedenti (due) sono durati molto meno. Un motivo ci sarà».

Fonte: d.repubblica.it

Saluti
dr. De Vulvis Maximo

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